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Le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana

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F.1_Mongiana - planimetria fine 800La progettazione e quindi la realizzazione dello stabilimento di Mongiana, negli anni 60 del XVIII secolo, costituisce parte integrante del programma governativo del Regno delle Due Sicilie diretto all’affrancamento dalle importazioni di materiali strategici e di riappropriazione al demanio statale delle

risorse naturali, ma si rese necessaria anche perché il complesso di Stilo aveva di fatto esaurito la sua riserva di combustibile vegetale a causa di una indiscriminata gestione delle risorse boschive.

Nel 1768, una commissione tecnica coordinata da Giovanni Francesco Conty, già direttore delle ferriere di Stilo e di Assi, individuò un area di interesse alla confluenza dei fiumi Allaro e Ninfo in contrada Cima sulla piana Stagliata – Micone, poco distante dal piccolo centro di Mongiana, con una adeguata disponibilità dei fattori dei produzione necessari.

F.2_Feudo di Fabrizia nel Marchesato di Castelvetere_XVIII secL’area in questione, di proprietà del principe di Roccella, venne acquistata dal governo di Napoli che nel marzo del 1771 autorizza l’esecuzione del progetto.

La realizzazione del complesso, sotto la direzione di Massimiliano Conty, figlio di Giovanni Francesco che ne fu amministratore fino al 1791, e con progetto dell’Arch. Gioffredo, impiegò quasi dieci anni, durante i quali si resero necessarie importanti opere idrauliche e sostanziali modificazioni della morfologia del sedime di impianto.

Le caratteristiche del terreno e la necessità di uno sfruttamento intensivo della risorsa idrica determinarono la distribuzione degli impianti di produzione lungo il corso dei due fiumi, che poi andò a svilupparsi negli anni seguenti.

In ogni caso il complesso venne concepito come un insediamento stabile in area produttiva a gestione sostenibile, soprattutto per quanto riguarda le risorse boschive, perdendo così quel carattere itinerante che aveva contraddistinto nelle esperienze precedenti l’industria siderurgica calabrese.

 

In tal senso venne varata una rigida legislazione a tutela di una più attenta gestione del patrimonio forestale, per evitare che un sistematico depauperamento boschivo potesse privare il nuovo complesso di un regolare afflusso di carbone vegetale.

F.3_Ingresso al complesso siderurgicoIl nuovo complesso, era considerato funzionalmente connesso al compendio di Stilo: quest’ultimo avrebbe garantito la prima fusione dei minerali ferrosi, mentre al primo – tecnologicamente più avanzato – dovevano essere riservati i processi di affinazione e di realizzazione manifatturiera.

Lo stabilimento originario, di cui restano scarse tracce, era costituito da una fonderia fortificata, con un altoforno, il “Santa Barbara”, di cui sono visibili i resti delle mura e il portale d’ingresso, successivamente modificato, e da due edifici sovrapposti lungo il Ninfo, ciascuno con fucina e relativo maglio, che sfruttavano cadute idriche di dieci metri. Attorno a questo primo nucleo vennero realizzati, con strutture in legno ormai perdute, servizi, depositi, alloggi e una chiesa, con campanile ed orologio.

F.5_la Certosa di Serra S.Bruno dopo il terremoto del 1783Il complesso iniziò la sua attività nel 1781, con modesti risultati, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, a causa dei metodi di lavorazione ormai superati, della difficoltà di reperire manodopera e della inadeguatezza delle infrastrutture di trasporto, tanto che risultò fallimentare sul piano economico, mentre il grande terremoto del 1783 ne danneggiò gravemente le strutture.

 

Per ovviare all’arretratezza tecnologica nel settore siderurgico, nell’ultimo decennio del XVIII secolo, il governo decise di inviare una commissione scientifica nei più importanti distretti minerari e metallurgici europei, al fine di acquisire le più moderne conoscenze tecnologiche in materia.

I risultati della campagna di aggiornamento si concretizzarono solo durante il governo napoleonico (1806-1815) con alcuni tentativi di razionalizzazione della catena produttiva e di modernizzazione degli altiforni attraverso l’introduzione della ventilazione a mantici a vapore in luogo delle trombe idroeoliche di tradizione medievale.

Il periodo dei sovrani francesi (Giuseppe Bonaparte fino al 1809 e Gioacchino Murat fino al 1815) si caratterizzò per il passaggio dell’amministrazione dell’opificio al Ministero della Guerra e della conseguente specializzazione bellica della produzione del complesso.

Un più adeguato programma di investimenti, soprattutto sotto l’amministrazione murattiana, consentì il costante miglioramento delle condizioni strutturali e delle dotazioni tecniche degli impianti, mentre la questione della produttività venne affrontata anche con l’introduzione di normative previdenziali ed assistenziali a favore della manodopera civile.

Nel decennio in questione, con la realizzazione di un secondo altoforno, il Sant’Antonio, le Reali Ferriere aumentano progressivamente la produzione di ferro fino a raggiungere i 14.000 quintali annui, triplicando i risultati di gestione del 1806.

Le esigenze di una nazione in guerra e le limitazioni imposte dal blocco continentale furono alla base della decisione del governo Murat di avviare anche la realizzazione di un’officina specializzata nella produzione di parti principali delle armi portatili quali canne di fucili e moschetti e successivamente anche canne per pistola ed acciarini, che tuttavia entrò in produzione solo nel 1814. (Questa linea di produzione era contraddistinta da un marchio consistente in uno scudetto con una stella a otto punte e le sigle “R. FAB. DI MONG”, come testimoniato da una delle pochissime canne superstiti).

Alla crescita del comparto produttivo fa eco anche la progressiva espansione dell’insediamento sorto in maniera spontanea attorno alla fonderia che si sviluppa secondo criteri urbanistici più regolari, con la costruzione in muratura di nuovi edifici e delle abitazioni per gli operai.


Vai all’APPROFONDIMENTO: “L’insediamento abitativo di Mongiana”


Negli anni immediatamente seguenti il rientro dei Borbone sul trono del regno delle due Sicilie, stabilito dal Congresso di Vienna del 1815, le attività industriali di Mongiana vivono una fase interlocutoria, segnata da una forte diminuzione delle commesse militari e dalla concorrenza dei prodotti inglesi d’altoforno liberi di circolare nel mercato nazionale a causa dell’eliminazione delle barriere tariffarie doganali.

Solo a partire dal 1820, nel contesto delle politiche di prevenzione e repressione dei movimenti insurrezionali, le richieste governative di materiale militare consentono al complesso di riprendere un livello produttivo adeguato a scongiurarne la chiusura e a giustificare nuovi investimenti per l’aggiornamento tecnologico.

In questi anni entra così in attività una nuova ferriera, denominata Robinson, situata alla confluenza dei fiumi Allaro e Ninfo, già progettata e realizzata sotto l’amministrazione murattiana, che in luogo della battitura al maglio faceva utilizzo del metodo della laminazione che, abbinato alla nuova tecnica della bagnatura con stagno della lamiera per la prevenzione dai processi di ossidazione, avrebbe consentito al complesso di raggiungere nell’arco di pochi anni la piena autosufficienza produttiva.

F.7_Ferdinando IICon l’ascesa al trono di Ferdinando II nel 1825 e con il generale miglioramento della situazione economica del regno, il complesso siderurgico iniziò a diversificare la sua produzione per soddisfare la domanda della società civile e degli altri comparti industriali in crescita, come l’industria ferroviaria, l’industria navale e la grande ingegneria civile.

 

Intorno al 1840 il centro siderurgico, a cui si era aggiunto un terzo altoforno, il San Ferdinando, produceva dai 36.000 ai 45.000 quintali di ghisa all’anno di cui la maggior parte veniva avviata alle manifatture presenti nel complesso. La qualità del prodotto di fusione era eccellente poiché, come risultò da approfondite analisi, il carbone di faggio prevalentemente utilizzato, per la modesta presenza di fosforo e zolfo, non inquinava la prima fusione e di conseguenza garantiva un’elevata purezza della ghisa che si traduceva nella maggiore qualità dei prodotti derivati.

 

F.8_La Nuova Fabbrica d'armi nel restauro del 1999L’ultimo ventennio di storia del complesso industriale si manterrà all’insegna del progresso tecnologico, sotto la direzione dell’Ingegnere Costruttore Domenico Fortunato Savino che curerà la razionalizzazione e l’ammodernamento del comparto produttivo e l’adeguamento urbanistico dell’insediamento.

Nel 1852 venne ultimata la “Nuova Fabbrica d’Armi”, più a monte della fonderia, che sostituì la vecchia “fabbrica di canne da fucile” del periodo francese, gravemente danneggiata da un’alluvione nel 1850, e che dette inizio alla produzione a ciclo completo di armi da fuoco portatili e armi bianche.

 


 Vai all’APPROFONDIMENTO: “La Nuova Fabbrica di Armi” di Mongiana


 

F.9_Timbro della colonia militareNello stesso anno, dopo la visita del re Ferdinando II a quello che era divenuto il complesso produttivo più moderno ed efficiente del regno, l’intero insediamento venne dichiarato colonia militare con amministrazione autonoma.

 

La direzione dello stabilimento venne affidata ad un ufficiale superiore che svolgeva anche le funzioni civili di sindaco, mentre le altre cariche municipali venivano distribuite tra gli ufficiali subalterni.

Tra 1854 e 1855 gli altiforni “Santa Barbara” e “Sant’Antonio”, ormai logori e danneggiati, vengono ricostruiti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl primo è progettato come l’impianto di prima fusione di Ferdinandea, 11 metri di altezza per 3 di diametro, per il secondo, ora chiamato “San Francesco” per distinguerlo dal “Sant’Antonio” di Fernandea, si opta per una soluzione innovativa, che garantisce temperature più alte e previene dagli scompensi di fusione, e che verrà utilizzata per la realizzazione di un terzo altoforno, il “San Ferdinando”. I nuovi due impianti si caratterizzeranno per una struttura architettonica a forma di torre cilindrica, senza basamento a parallepipedo, un rivestimento interno di steatite e mattoni refrattari e un sistema di ventilazione assicurato da una macchina a vapore che utilizzava i gas di scarico degli stessi altiforni

Nel 1855 una nuova e più imponente alluvione distrugge la maggior parte delle ferriere lungo il Ninfo e l’Allaro e provoca il crollo di metà della fonderia. Solo la nuova Fabbrica d’Armi, costruita secondo criteri d’avanguardia, resiste senza danni all’evento meteorologico.

F.11_Il complesso siderurgico - veduta prima del terremoto del 1908La rapida ricostruzione del complesso, sempre su progetto dell’Ing. Savino, assume la forma in cui oggi possiamo vedere sul territorio i resti delle strutture della nuova fonderia (realizzata con maggiori protezioni all’esposizione delle piene fluviali, che accoglieva al suo interno gli altiforni, le officine e le attrezzature più importanti tra cui i modelli degli oggetti di fusione) e della nuova fabbrica d’armi.

 

Nell’arco di un biennio il complesso industriale torna ad esprimere alti livelli di produzione, e senza impegnare tutta la capacità degli impianti raggiunge nel 1857 la ragguardevole cifra di 2.250 tonnellate di ghisa.

F.12_Ingresso di Garibaldi a NapoliSono tuttavia gli ultimi bagliori di un fuoco destinato a spegnersi per sempre. Il grande complesso industriale è destinato a seguire la sorte del regno delle Due Sicilie.

 

F.13_Stemma_direzione_di_Mongiana_1861Dopo l’annessione al Regno d’Italia la produzione siderurgica riprende a livelli ridotti non superando nel triennio 1860-1863 la media annuale di 560 quintali, nonostante l’alta qualità della produzione testimoniata dai riconoscimenti ottenuti all’Esposizione Industriale di Firenze del 1861 e all’Esposizione Internazionale di Londra in materia di “ghisa, ferro, lame damascate, carabine di precisione, sciabole ed armi varie”.

Nel dibattito di politica economico-industriale che seguì l’unificazione prevalsero le decisioni di affidare le commesse pubbliche del comparto siderurgico al settore piemontese-ligure e di cedere al capitale privato gran parte dell’industria pubblica, anche per risanare in parte il grave deficit del bilancio dello stato.

F.14_Avviso d'astaCon legge 21 agosto 1862 n. 793 il complesso di Mongiana e Ferdinandea, i boschi di pertinenza del complesso e tutto il territorio delle miniere nella zona tra Mongiana, la Ferdinandea, Stilo, Bivongi e Pazzano venivano inclusi tra i beni demaniali da alienare; undici anni dopo, con legge 23 giugno 1873 verrà sancita definitivamente la vendita dello stabilimento.

F.15_FazzariIl nuovo proprietario, l’imprenditore catanzarese Achille Fazzari, deputato ex garibaldino nonché mecenate e collezionista d’arte, tentò di riavviare l’attività produttiva con un ambizioso piano industriale di modernizzazione, ma la mancanza di commesse da parte del governo decretò la definitiva chiusura del complesso nel 1881, dopo pochi mesi di attività.

 

Gli altiforni furono spenti per sempre, le rotaie delle miniere vendute a peso e i macchinari di Mongiana vennero trasportati a Terni per essere fusi.

F.16_Il complesso siderurgico - veduta anni sessantaAlla chiusura del più grande complesso minerario e siderurgico dell’Italia meridionale, ormai senza ragione di esistere, fece seguito l’inesorabile agonia delle sue strutture architettoniche che nell’arco di pochi decenni si trasformarono in cadenti rovine archeologiche la cui storia passata venne impietosamente dimenticata dalla memoria collettiva.

 

 

 

IL COMPLESSO DI MONGIANA: COME ERA IERI, COME E’ OGGI

F.17_Planimetria Regie Ferriere MongianaNel corso della sua lunga attività produttiva il complesso siderurgico di Mongiana ha vissuto un processo di continuo adeguamento strutturale, estendendosi progressivamente su un fronte di quasi 3 km lungo il corso dei fiumi Allaro e Ninfo.

 

Il nucleo del complesso era naturalmente la grande fonderia di prima fusione, attorno alla quale si erano articolate nel tempo le diverse fabbriche specializzate.

Poco sopra il villaggio di Mongiana, lungo il corso del Ninfo, c’era la Vecchia Armeria che produceva bocche da fuoco e l’Officina del Maglietto, uno stabilimento con due fucine ed il relativo maglio.

Poco più a valle, sempre le acque del Ninfo, con due successivi salti di 9 e 10 m, azionavano le due ruote della Nuova Fabbrica d’Armi con all’interno gli altiforni corredati da trombe idroeoliche per la stagione invernale e da una potente macchina a vapore per la stagione estiva.

Scendendo ancora, le acque dell’Allaro e del Ninfo insieme con due successive cadute di 11 m l’una, alimentavano le trombe della Ferriera San Bruno, dotata di fornelli Wilkinson e specializzata nella produzione del ferro speciale denominato “A23 bastardo” utilizzato per la realizzazione di canne di fucile.

A destra dell’Allaro c’era l’Officina del Cubilot specializzata nella produzione di proiettili e un centinaio di metri, più a valle, la S. Francesco specializzata nella produzione di stadere, bilance, misure, strumenti di precisione; le ruote idrauliche erano mosse dalle acque del fiume Allaro e Ninfo che in quel punto avevano una caduta totale di 23 m.

Un chilometro più a valle c’erano l’Officina S. Teresa, e le Ferriere S. Carlo e S. Ferdinando specializzati nella fabbricazione di opere a “getto” con macchine azionate da una caduta dell’acqua dell’Allaro di 10 m.

Alla confluenza tra l’Allaro e il Vazzolaro c’era la Fonderia Robinson (ex Real Principe) con il Laminatoio; essa possedeva quattro banchi di ferro fuso ed altrettanti cilindri di grosse dimensioni, messi in movimento da ruote d’ingranaggio mosse a loro volta da un’altra grande ruota dal peso di quasi cento quintali.

LA NUOVA FABBRICA D’ARMI DI MONGIANA

Realizzata nel 1852 su progetto dell’ingegnere napoletano Fortunato Savino, in sostituzione della fabbrica delle canne di murattiana memoria, la nuova officina sarà destinata a produrre la maggior parte della dotazione di armi leggere dell’esercito borbonico.

F.18_Fabbrica d'armi - planimetria 1L’opificio si costituiva di tre edifici digradanti sul corso del fiume Ninfo. L’edificio era strutturato su blocchi di fabbrica posti a diversa altezza per sfruttare la caduta delle acque che venivano canalizzate fino alle officine, con condotte in parte sotterranee in parte rialzate, da una località posta a quota superiore.

F.19_Fabbrica d'armi - planimetria 2I dislivelli erano raccordati da rampe inclinate per il trasporto del materiale su carriola, mentre il cortile interno era utilizzato come deposito dei prodotti finiti pronti per la consegna ai reparti di destinazione.

_Fabbrica d'armi - colonna di ghisaL’edificio della fabbrica si caratterizza per l’ingresso monumentale dominato dalla presenza di due colonne doriche in ghisa, alte 4,80 m, e da un architrave, anch’esso in ghisa, decorato con cornici e rosette, a testimoniare la capacità tecnologica dell’impianto.

Dall’ingresso si accede ad un atrio articolato da due colonnine e quattro semicolonne, sempre in ghisa, che compongono una serliana. La fusione delle colonne fu realizzata in un getto unico per il fusto e con getti separati per il capitello e per la base.

_Fabbrica d'armi - Atrio

Nell’officina lavoravano circa 200 armieri producendo circa 2-3000 armi all’anno, che negli anni di produzione intensiva raggiungevano 7-8000 unità.

Nel 1843 alla Fabbrica d’Armi venne commissionata la progettazione e la realizzazione di un nuovo fucile per sostituire la linea di fuoco esistente basata sui fucili da 40 e 38 pollici dotati di piastra a molla avanti con accensione a pietra focaia.

F.23_Fucile mod. Mongiana

F.24_Particolare del fucile mod. MongianaIl nuovo modello si ispirò ai più recenti dispositivi francesi con piastra a molla indietro e accensione a capsula fulminante. Fu il celebre “Fucile borbonico da fanteria modello Mongiana“, più semplicemente detto Mongiana, da 40 pollici, con una canna, anche in versione rigata, lunga 1.474 mm, un peso di 4,5 kg, un calibro 17,5 e un tiro utile di 700 m.

 

La struttura mantenne tutte le linee di produzione fino al 1864, ma a metà degli anni settanta venne declassata a “Officina Trasformazioni”. Nel 1881 la diminuzione delle commesse ne determinò la chiusura definitiva e alla sua progressiva decadenza.

 

Il Museo delle Reali Ferriere Borboniche di Mongiana

Sebbene i resti sopravvissuti ai nostri giorni non possano restituire nella sua interezza il quadro della grandiosità del complesso, i recenti restauri della fonderia e della fabbrica d’armi, unitamente alle attività di valorizzazione e gestione delle aree in questione, culminate nel 2013 con l’apertura del Museo delle Ferriere Borboniche, hanno potuto ricreare un ambiente fortemente evocativo, ricco di spunti e suggestioni, contribuendo ad avviare importanti processi di consapevolezza culturale di un passato che rischiava di essere perduto per sempre.

Dopo anni di completo abbandono, la Real Fabbrica è stata ristrutturata e restituita al paese e alla coscienza storica.

F.26_Rilievo del fronte della Fabbrica

Nel rispetto delle originarie funzioni, l’impianto ha subito limitate modifiche planimetriche sebbene esteriormente il prospetto appaia completamente rinnovato.

 

F.27_Il restauroLe originarie linee classiche sono state mantenute, ma i paramenti murari della facciata in pietra locale sono stati rimpiazzati da un rivestimento bugnato; le due grandi colonne dell’ingresso, effige dei trascorsi dell’abitato, sono state conservate con l’architrave, oggi sormontato da un frontone con timpano privo di decorazioni.

F.28_il museoIl Museo delle Reali Ferriere Borboniche di Mongiana è situato all’interno della Nuova Fabbrica d’Armi in Piazza Regina Elena, ed è aperto tutti i giorni nel periodo estivo, il venerdì, il sabato e la domenica in inverno.

F.29_Sala del museo

elenco-sale

Gli spazi museali, organizzati in 6 sale, espongono esemplari della produzione della fabbrica d’armi e ospitano pannelli informativo-didattici e postazioni multimediali avanzate attraverso i quali si ripercorrono i momenti storici e lo sviluppo architettonico e tecnologico del complesso.

All’esterno del museo, un percorso guidato, coadiuvato anche da tecnologie di comunicazione integrata, in via di completamento, accompagna la visita all’area della fonderia, dell’Officina Cubilot e della Ferriera Robinson.

L’INSEDIAMENTO ABITATIVO DI MONGIANA

F.31_Mongiana planimetriaA differenza della gran parte dei centri abitati calabresi, ricostruiti dopo il terremoto del 1783 sulla base di una pianificazione urbanistica che riprende il classico modello geometrico ortogonale, l’insediamento abitativo di Mongiana si struttura spontaneamente per iniziativa degli operai in funzione delle caratteristiche geomorfologiche del territorio e delle prevalenti necessità produttive.

F.32_Mongiana - Abitazioni degli operaiLe abitazioni degli operai si distribuiscono, a monte, lungo un asse viario di circa 200 metri, e a valle in un quadrilatero irregolare. L’assenza di una definizione urbanistica non si traduce tuttavia in una distribuzione spaziale disorganica, al contrario si riscontra una evidente modularità regolare.

_Mongiana - Abitazioni degli operaiLa tipologia della strutture abitative è uniforme: le case basse e compatte, realizzate dagli stessi operai con tecniche artigianali, si addossano l’una sull’altra senza soluzione di continuità.

Anche la distribuzione interna degli spazi è omogenea: un piano terra con un ambiente con focolare, un piano interrato per la dispensa-legnaia, e un piano superiore per una o due stanze da letto.

L’origine artigianale delle costruzioni è evidenziata dalla povertà dei materiali utilizzati; ma non mancano raffinatezze stilistiche come il granito grigio utilizzato per la realizzazione di portali, cornici, soglie e balconi e le ringhiere in ferro battuto simboli di una capacità tecnica per la quale l’artigianato delle Serre aveva una rinomanza nazionale.

F.33_ Mongiana - La fabbrica prima del restauroCon la realizzazione della Fabbrica d’Armi e la militarizzazione del complesso l’insediamento abitativo si arricchisce di nuove strutture pubbliche, come la nuova Chiesa, la scuola e il carcere, e due strutture destinate ad ospitare le due figure preminenti nell’organizzazione della villaggio: il Comandante ed il Capitano.

_Mongiana - Casa del ComandanteLe due dimore — che sono identificate come “Casa del Comandante” annessa alla Caserma (oggi abitazione privata) e “Casa del Capitano” (che attualmente versa in stato di completo abbandono)— sono di dimensioni maggiori rispetto alle altre, dalle quali si differenziavano anche per la finezza delle rifiniture.

F.34_Caserma

Caserma

F.35_Casa del Capitano

Casa del Capitano

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